Che cosa hanno scoperto
Un gruppo dell'Università di Costanza ha sepolto per oltre un anno, nel suolo di un bosco, pellicole di una bioplastica di nuova generazione: gli LCAP, poliesteri ricavati da oli vegetali, progettati per essere resistenti come il polietilene ma biodegradabili. Al recupero, la superficie era bucherellata da cavità grandi come cellule batteriche — segno che qualcosa la stava mangiando. Sequenziando il DNA dei microbi cresciuti sulla plastica, i ricercatori hanno isolato un enzima mai descritto prima, chiamato LCPH1. La sua struttura, modellata al computer, ha rivelato un sito attivo insolitamente largo e aperto — una "bocca" capace di afferrare molecole voluminose. Da qui il soprannome: enzima "Pac-Man". In laboratorio, l'enzima purificato ha smontato la bioplastica nei suoi mattoni di base in quantità paragonabili alla PETasi, l'enzima mangia-plastica più celebre. Nei test nel suolo, le bioplastiche si sono degradate quasi del tutto in 8-10 mesi.
Perché è una buona notizia
Il messaggio incoraggiante è che i microbi del suolo si stanno adattando alle nuove bioplastiche più in fretta del previsto — sono bastati pochi anni perché un enzima capace di digerirle emergesse in un bosco qualunque. E indica una strada precisa: se progettiamo plastiche con "punti deboli" biochimici, come i legami estere degli LCAP, la natura ha gli strumenti per smaltirle. È l'opposto delle plastiche comuni, che restano nell'ambiente per secoli proprio perché nessun enzima le riconosce. Come sintetizza David Schleheck, tra gli autori dello studio: «dobbiamo incontrare i microbi a metà strada» — usare materiali che loro sappiano già come scomporre.
Cosa non significa
Non significa che abbiamo un enzima capace di far sparire la plastica dispersa. LCPH1 mangia bioplastiche costruite apposta per degradarsi, non il PET delle bottiglie né il polietilene dei sacchetti. E anche sulle bioplastiche, il lavoro sul campo ha mostrato un limite netto: senza acqua e nutrienti a sufficienza — condizioni normali in molti suoli reali — la degradazione rallenta e resta incompleta. Poi c'è il risvolto che rende la scoperta ambigua: lo stesso enzima disattiva penicillina e ampicillina. Gli autori ipotizzano che, in questo modo, l'esposizione alla plastica possa favorire la selezione di batteri resistenti agli antibiotici. È un'ipotesi con basi — i biofilm sulla plastica sono già noti per accumulare geni di resistenza — ma non è dimostrato che questo enzima renda pericolosi i batteri patogeni in natura.